A fare notizia, per una volta, non sono le parole, ma i silenzi di Donald Trump. I negoziatori impegnati a mettere fine al conflitto tra Stati Uniti e Iran sembrano aver trovato un accordo per porre fine alla guerra. L'intesa, stando al solito ben informato sito Axios, sarebbe stata raggiunta già martedì, con la leadership iraniana che si sarebbe detta pronta a firmarla. Ma è Trump a non essere convinto e si prende tempo per pensarci.
Il Pakistan che svolge un ruolo chiave nei negoziati, vuole chiudere e manda per questo il ministro degli Esteri Ishaq Dar a Washington per incontrare il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Ma come anche le scorse settimane ci hanno insegnato, tutto ancora può succedere. Gli iraniani non si fidano di Trump, gli americani non si fidano degli ayatolla e nessuno di loro si fida di Netanyahu altra figura chiave del conflitto che continua ad essere contrario ad un accordo e lo ribadisce estendendo le sue operazioni militari nel sud del Libano, bombardando Beirut e minacciando di occupare altro territorio a Gaza.
Il memorandum di intesa sulla scrivania di Trump, è indigeribile per il presidente , poichè non lascia margini alla sua narrazione: prevede una proroga di 60 giorni della tregua durante i quali dovranno essere avviati negoziati sul programma nucleare iraniano, in particolare riguardo allo smaltimento dell'uranio altamente arricchito, che il presidente americano vorrebbe sotto la custodia Usa, ipotesi che l'Iran non è disposta ad accettare consapevole che nonostante i colpi subiti, sul piano del racconto, delle relazioni, la guerra in realtà la sta vincendo. Un accordo consentirebbe la riapertura di Hormuz, ma per Trump non sarebbe certo un successo da rivendicare, visto che prima della guerra lo Stretto era aperto e senza pedaggi.
