Israele è al voto, per la prima volta da trauma collettivo del 7 ottobre.I sette milioni di israeliani chiamati alle urne per rinnovare la Knesset, il Parlamento, sono di fatto chiamati ad un referendum pro o contro Benjamin Netanyahu, il più longevo della storia del Paese, il più divisivo. Quello chiamato al voto è un paese diviso, che in una parte, vedremo oggi quanto rilevante, insegue una speranza: liberarsi di Netanyahu e provare a scrivere una nuova storia, difficile,complicata, ma comunque diversa da quella segnata condizionata,dai destini, anche personali del premier in carica.
Le urne resteranno aperte fino alle 22 locali (le 21 in Italia). In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Ciò è dovuto al ceonteggio di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate.
I sondaggi della vigilia uindicano una sostanziale parità tra lo schieramento che sostiene Netanyahu e il blocco eterogeneo di partiti guidati dall'ex capo di Stato maggiore dell'Idf Gadi Eisenkot. Entrambi gli schieramenti sarebbero però sotto la soglia nevcessaria per avere lòa maggioranza alla Knesset. Un ruolo decisivo nella formazione di un nuovo governo potrebbero averlo i partiti che rappresentano la minoranza araba della popolazione.
